Il 25 marzo torna all'ordine del giorno, nella Conferenza dei presidenti delle Regioni a Roma, la questione dei nitrati per valutare il tema della riparametrazione delle aree vulnerabili. Alla luce di questo appuntamento alle porte, ma soprattutto in considerazione del fatto che nei giorni scorsi la Commissione Ue ha inviato alle autorità italiane osservazioni critiche sul "decreto nitrati" recentemente approvato in Conferenza Stato-Regioni, la Cia ribadisce la necessità di procedere alla suddetta revisione delle zone vulnerabili, tenendo conto del reale apporto della zootecnia all'inquinamento delle acque sotterranee (finora molto sovrastimato come ha dimostrato l'ultimo studio Ispra). Inoltre, la Confederazione chiede di andare avanti sull'equiparazione, a determinate condizioni, del digestato ai fertilizzanti, e di procedere a una ridefinizione dei calendari di spandimento individuando criteri flessibili in relazione ai reali andamenti climatici.

Bisogna portare ai massimi livelli istituzionali la mobilitazione di Agrinsieme, dopo le numerose iniziative che si sono svolte su tutto il territorio per esprimere la contrarietà degli agricoltori nei confronti di un'imposta ingiusta, iniqua e trattata in modo schizofrenico dal governo, qual è l'Imu. Ecco perché il 25 marzo ci sarà l'incontro di una delegazione di Agrinsieme con la Conferenza Stato-Regioni: una scelta determinata dall'anticipo della riunione dell'organismo e dalla disponibilità del presidente Sergio Chiamparino di ricevere nell'occasione i rappresentanti del coordinamento tra Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative agroalimentari. Ma soprattutto, il 31 marzo, sono previsti tre presidi presso la Camera, il ministero dell'Economia e il ministero dell'Agricoltura, nonché incontri con ministri e parlamentari per discutere dei problemi che affliggono il comparto, a partire proprio dalla necessità di mantenere aperto un tavolo che riveda in modo serio e coordinato il tema della fiscalità in agricoltura.

 

Dopo l'approvazione in Senato, il dl 4/2015 sull'Imu agricola è passato all'esame di Montecitorio: la commissione Agricoltura della Camera ha espresso parere favorevole al provvedimento e ora il decreto è nelle mani della commissione Finanze, che però finora ha respinto tutti gli emendamenti esaminati. Intanto la Cia, singolarmente e con Agrinsieme, non ha fermato la sua mobilitazione sul territorio. Il 9 marzo, infatti, migliaia di agricoltori sono scesi in Piazza Libertà a Bari, davanti al Palazzo del Governo, per partecipare al sit-in di protesta organizzato da Agrinsieme Puglia assieme alla Copagri. Nell'occasione è stato presentato un documento politico in 13 punti con le proposte e le richieste del coordinamento tra Cia, Confagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari per far fronte alla difficile situazione del comparto: c'è la contestata Imu, ma anche la questione del gasolio agricolo, i ritardi su Pac e Psr, la semplificazione burocratica e l'emergenza Xylella fastidiosa. "Gli agricoltori non vogliono continuare a essere considerati come una categoria assistita -si è detto nel corso della manifestazione- ma come aziende a cui applicare norme che consentano di operare con dignità ed equità fiscale". E netta contrarietà all'Imu, anche dopo le modifiche al dl approvate dal Senato, è stata espressa dall'Agia in Ufficio di Presidenza: "Basta slogan sul sostegno ai giovani agricoltori se poi si tassa anche la terra per coltivare -ha spiegato l'associazione 'under 40' della Cia-. Con questa imposta iniqua che grava non sulla produzione, ma sullo strumento primario per produrre, non ci sarà alcun ricambio generazionale. In questo modo il Governo scoraggia l'ingresso dei giovani nel settore, o li costringe a gettare la spugna cercando un'alternativa meno rischiosa dal punto di vista economico".

La Cia dice no: si introducono restrizioni a decisioni già prese. La Conferenza Stato-Regioniha dato il via libera al Decreto Ministeriale di applicazione dei pagamenti diretti Pac per il   2015. Il decreto doveva definire le norme applicative di quanto deciso dall’Italia e notificato   a Bruxelles il 1° agosto 2014. Ma in realtà su due aspetti fondamentali va al di là di questo   e introduce in modo retroattivo delle forti restrizioni alle decisioni prese lo scorso anno. Per   la Confederazione, infatti, sui premi accoppiati per il latte introduce il criterio secondo cui il   pagamento accoppiato è destinato solo “ai produttori per i capi appartenenti ad   allevamenti iscritti ai libri genealogici o nel Registro anagrafico e sottoposti ai controlli funzionali, che partoriscono nell’anno...”. Si tratta di una restrizione inaccettabile che penalizza soprattutto gli allevamenti di montagna, andando tra l’altro contro la logica dei regolamenti europei sui pagamenti accoppiati, che è quella di sostenere settori in difficoltà.  L’altra restrizione retroattiva riguarda “l’agricoltore attivo”: il DM prevede che tutte le partite   Iva attivate “in campo agricolo” dopo il 1° agosto 2014 devono dimostrare di rispettare le   condizioni dell’art.13 del Regolamento Ue 639/2014, cioè che l’attività agricola “non sia   insignificante”. Questa nuova versione modifica in modo significativo i deliberati precedenti   e crea pesanti oneri burocratici, perché comporta, per gli agricoltori che ricadono in questa   condizione, la verifica dei redditi agricoli ed extra agricoli. Peraltro, i criteri per definire che   l’attività agricola sia “insignificante” non sono del tutto definiti dai regolamenti comunitari e   quindi permangono margini di incertezza. La Cia si oppone fortemente a queste misure e   ha avviato una verifica, anche in ambito Agrinsieme, per analizzare la possibilità di un   ricorso in sede comunitaria.

Sono oltre 2.000 nel nostro paese le varietà e razze animali e vegetali a rischio estinzione, e negli ultimi cinquant’anni sono sparite almeno ottanta razze tra bovini, caprini, ovini, suini ed equini. Frequentemente razze anche molto antiche e varietà locali spariscono perchè soppiantate da varietà più produttive e adatte all’allevamento o alla coltivazione intensiva, ma la perdita di questo patrimonio significa non solo la perdita di quella specifica razza o varietà, ma la scomparsa di tutto quel bagaglio di storia, cultura, memoria che si portava dietro e che la legava indissolubilmente al territorio d’origine. Ecco perchè, come recita una nota della Cia, “custodire e portare a produzione una pianta ‘rara’ , così come tornare ad allevare un animale in via d’estinzione, vuol dire quindi salvare un patrimonio economico (miliardi di euro) sociale e culturale straordinario, fatto di eredità contadine e artigiane non scritte, ma ricche e complesse “Proprio sul tema della salvaguardia della biodiversità zootecnica la CIA ha organizzato un convegno tenutosi a Urbino, incontro che si inserisce nel più ampio progetto nazionale “Verso il territorio come destino”.Si tratta di una serie di incontri pubblici, i cui contenuti alimenteranno il documento che l ‘organizzazione agricola consegnerà a Expo 2015 come contributo per la stesura della “Carta di Milano”.Durante i lavori di Urbino, moderati dal noto scrittore Paolo Rumiz, si è posta particolare enfasi sull’importanza della “tutela e valorizzazione della biodiversità”, vero e proprio “passaggio chiave nelle scelte che vuole darsi l agricoltura e l’agroalimentare italiano per vincere le sfide future”. Oltre alle Dop e Igp, dove comunque l ‘ Italia detiene il primato con 268 certificazioni iscritte nel registro UE per un fatturato che supera i 13 miliardi al consumo, il nostro paese vanta anche ben 4.813 prodotti tradizionali che rappresentano la storia e la spina dorsale dell’agroalimentare italiano. Insieme raccontano quel patrimonio di biodiversità, fatto di sapori e tradizioni unici custoditi tra le pieghe del paesaggio rurale, che rende il “Made in Italy” così ricercato sui mercati stranieri, ma anche così necessario per la ripresa dell’economia interna”.Ed è proprio in ragione di questi dati, e dell’importanza culturale e storica del nostro patrimonio agricolo e zootecnico, che è fondamentale investire e sostenere le produzioni di qualità tipiche e locali, pena la perdita delle basi stesse su cui l’Italia ha costruito il proprio primato europeo. Tra i dati interessanti emersi durante l’incontro, la considerazione che ben l’85% del fatturato totale di Dop e Igp è legato solamente a 12 denominazioni (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma, Prosciutto San Daniele, Bresaola della Valtellina, mortadella di Bologna, Gorgonzola, Pecorino Romano, aceto balsamico di Modena, mela dell’Alto Adige e mela della Val di Non). E’ evidente che molto si può ancora fare per spingere e sostenere le tante certificazioni meno note, a patto però che vengano rafforzate le politiche di promozione a livello nazionale ed internazionale, favorendo i consorzi e aggregando le filiere. Ancora più complesso il caso dei 5.000 prodotti tradizionali: addirittura il 25%, 1 su 4 è in via di estinzione, visto che attualmente è portato avanti da poche o pochissime aziende agricole: un tesoro di sapori spesso completamente trascurati dalla GDO ma che potrebbero racchiudere la chiave di un nuovo rilancio dell’agroalimentare nostrano. Si stima che, se valorizzate e riadattate a nuovi modelli di business (dalla vendita diretta alla creazione dei cosiddetti sistemi alimentari locali) queste produzioni potrebbero valere 11 miliardi di euro l ‘ anno con l ‘indotto, più del doppio del giro d’affari del turismo enogastronomico italiano (5 miliardi).Proprio a proposito di questo punto così importante e delicato, è intervenuto il presidente CIA Scanavino: “dobbiamo cogliere l’occasione di una mutata sensibilità per realizzare queste nuove forme di organizzazione sul territorio, come i consorzi e le reti d’impresa che incentivino e valorizzino le nostre produzioni di qualità”. (…) “I prodotti tipici e tradizionali non solo rafforzano il ‘valore relazionale’ del cibo tra produttori e consumatori e garantiscono la sostenibilità, mostrando la capacità di evolversi nel rispetto dei cicli naturali e riproducendo i fattori della fertilità , ma, soprattutto, favoriscono lo sviluppo territoriale, l’indotto, l’occupazione e il turismo locale, diventando un vero e proprio fattore di marketing del territorio”.

 

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