Dal 14 giugno parte «la fase pilota» del nuovo «modello di rating, per richiedere la garanzia del fondo Pmi per le operazioni «nuova Sabatini». Con un corridoio preferenziale nell'iter di istruttoria e nelle tempistiche ridotte in una settimana per la delibera del consiglio di gestione del Mcc (Mediocredito centrale) per l'ottenimento della garanzia statale. L'operatività del nuovo modello di rating per le operazioni «beni strumentali» è stata resa possibile grazie a due documenti. Il primo è il decreto del 7/12/2016 (il cui comunicato verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di oggi 13 giugno 2017 n. 135) con il quale lo sviluppo economico informa dell'entrata in vigore della riforma del fondo Pmi. Il secondo è la circolare datata 14 giugno 2017 n. 8  del Medio credito centrale, che fissa la data per la di richiesta della garanzia statale con il nuovo modello di valutazione (lettera M della parte VI delle disposizioni operative) per i finanziamenti Sabatini. Ma andiamo con ordine. La riforma del fondo di garanzia per le pmi  prenderà corpo dal prossimo primo gennaio 2018, ma con essa vengono introdotti diversi modelli di rating a copertura percentuale variabile a seconda del rischio percepito.  A prescindere dal rating dell'impresa, l'ente richiedente dal 14 giugno per i finanziamenti Sabatini otterrà una garanzia a prima richiesta ad assorbimento zero e accantonamento zero ai fini del patrimonio, sempre per l'ottanta per cento del netto finanziato poiché sottostante un investimento produttivo. L'ente richiedente pagherà al fondo un costo «una tantum» molto contenuto, questo consentirà poi di traslare il beneficio del mancato assorbimento patrimoniale anche all'impresa pmi cliente con un'offerta più competitiva in punto prezzo. Un'altra novità introdotta è l'assenza di rapporto tra fatturato e importo del finanziamento concedibile all'impresa. Ogni pmi potrà ottenere una garanzia dell'importo massimo di euro 2,5 milioni di euro. Ciò sarà sicuramente un importante miglioramento nell'uso dello strumento soprattutto nell'ottica degli investimenti da sostenere  Il modello di valutazione presenterà una struttura modulare composta dalle seguenti aree informative: - modulo economico-finanziario che fornirà una misura predittiva del profilo di rischio patrimoniale, economico e finanziario; - modulo andamentale che garantirà una misura predittiva del profilo di rischio di credito, approfondendo la dinamica dei rapporti intrattenuti con le istituzioni finanziarie a livello di sistema. A questi si aggiungerà un ulteriore blocco informativo che valuterà la presenza di atti ed eventi pregiudizievoli a carico del soggetto beneficiario finale e dei soci. La valutazione finale del merito di credito del soggetto beneficiario finale sarà il risultato dell'analisi congiunta dei dati contenuti nei due moduli nonché degli eventuali eventi pregiudizievoli do procedure concorsuali registrati. Gli eventi che incideranno sulla valutazione complessiva sono riconducibili alle seguenti famiglie: l'ipoteca giudiziale o il pignoramento, l'ipoteca legale e la domanda giudiziale.  Molto positivi i risultati raggiunti dall'incentivo Sabatini-ter in 30 mesi di operatività: quasi 20 mila le domande presentate dalle imprese, circa 19 mila le concessioni per oltre 367 milioni di contributo e oltre 5 miliardi di euro di finanziamenti deliberati. Le regioni del Nord Italia sono quelle che beneficiano maggiormente dei contributi Sabatini: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. I fattori di successo della Sabatini-ter possono riassumersi nel meccanismo semplificato che garantisce facile accessibilità, certezza dei tempi e misura del contributo, finanziamento di singoli beni in luogo di programmi complessi e priorità di accesso al fondo centrale di garanzia.

Dove si concentra l'innovazione digitale nelle imprese agricole italiane? I dati dell'Osservatorio evidenziano una prevalenza delle tecnologie orientate alla gestione e all'analisi del dato mentre è ancora scarsa la diffusione di veicoli e attrezzature smart ed è molto marginale l'utilizzo del cloud. L'attenzione, oggi, è di gran lunga concentrata sulle fasi produttive nel campo (coltivazione, raccolta e semina) mentre pianificazione, logistica e gestione del magazzino (e quindi le applicazioni che attengono all'ambito dell'Internet of Farming) sono prese in considerazione solo in modo sporadico e limitato. In generale, in un settore che conta di oltre un milione e 600mila imprese agricole (prevalentemente di piccole dimensioni) la percentuale di quelle informatizzate si ferma al 4%. 
Questo alla base della ricerca dell'Osservatorio Smart Agrifood realizzata a quattro mani dal Politecnico di Milano e dal Laboratorio Rise dell'Università degli Studi di Brescia utile a comprendere la rivoluzione che sta interessando il settore agricolo e tutta la filiera del food. Si parla di smart agricolture e di precision farming perché per monitorare allevamenti e colture entrano in gioco Big data e sensori, strumenti di analytics e droni, Internet of Things e machine learning. Si parte dai dati raccolti nei campi, nelle serre e lungo la filiera per attivare un processo di sviluppo e di connessione che contempla vari elementi: il prodotto e la produzione, il territorio e l'ambiente, le reti di logistica e quelle commerciali, le risorse umane dell'impresa e i servizi di delivery. E agricoltura 4.0, insomma, non è finalizzata alla sola riduzione dei costi e all'aumento di efficienza, pur restando questi obiettivi sempre e comunque importanti. Le tecnologie digitali, dicono gli autori dello studio, hanno la capacità di alzare il livello di innovazione di tutta la filiera e di abilitare lo sviluppo di nuovi modelli di business. 
Sull'argomento  il direttore della CIA di Ascoli Piceno dott. Massimo Sandroni afferma : L'agricoltura di precisione di oggi non è quella pionieristica degli anni Novanta, è molto più evoluta perché ha preso consistenza lo sviluppo del cosiddetto "Internet of Farming" per l'integrazione dell'intera filiera, grazie alla possibilità di raccogliere e scambiare i dati. Trattori self-driving dotati di sistemi Gps che rendeno più efficiente il processo di semina e raccolto; sensori installati a bordo delle attrezzature per gestire con le tecnologie IoT la manutenzione predittiva; algoritmi di intelligenza artificiale per l'analisi dei dati meteorologici; droni per mantenere lo stato di salute delle coltivazioni; dispositivi indossabili per gestire i dati legati alla salute degli animali nella zootecnia; soluzioni di tracciabilità basate sul blockchain: sono i pilastri dell'attuale paradigma 4.0, che ci proietteranno nell'era dell'agricoltura 5.0.

 L'esenzione da Irpef introdotta dalla legge di bilancio 2017 per i terreni spetta certamente, oltre che all'imprenditore individuale, ai soci di società semplici e ai coadiuvanti delle medesime imprese, anche esercitate in forma collettiva. Si tratta della previsione introdotta dal comma 44, dell'art. 1, della legge 232/2016 (legge di bilancio 2017), il quale stabilisce che per il triennio 2017/2019, i redditi dominicali e agrari non concorrono alla formazione della base imponibile, ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), per i soggetti in possesso della qualifica di coltivatore diretto (Cd) o di imprenditore agricolo professionale (Iap), di cui al digs 99/2004, come modificato dal digs 101/2005, se iscritti nella previdenza agricola (si veda ItaliaOggi, 28/1/2017 e 24/2/2017). Per beneficiare dell'agevolazione, il coltivatore diretto (o lo Iap) deve essere iscritto all'Inps nella specifica gestione previdenziale, deve dichiarare il reddito dei terreni agricoli e, infine, deve condurre direttamente il terreno. L'esenzione, pertanto, si applica certamente a tutti i proprietari e conduttori dei terreni in possesso delle dette qualifiche, sebbene l'attività sia svolta mediante la partecipazione a imprese individuali o in società semplice, ricoprendo la qualifica di socio e/o coadiuvante agricolo, come peraltro sostenuto per l'assoggettamento ai tributi locali (Imu) dal ministero delle finanze (nota 23/05/2016 n. 20535). Quindi, appare evidente che se il coltivatore diretto (o Iap) concede in affitto a terzi il fondo rustico, l'esenzione viene meno a meno che non lo conduca anche nella veste di coadiuvante (o socio), visto che il comodato, come indicato anche dalla dottrina prevalente, non è applicabile nell'ambito dei fondi rustici e la stessa legge speciale (art. 27, legge 203/1982) «riconduce» tutti i contratti di godimento nell'ambito dell'affitto di fondo rustico, se non per un utilizzo eccezionale e/o provvisorio. La conseguenza è che, a prescindere dal nomen iuris del contratto, in presenza di fondo rustico non è possibile che concedere in godimento il fondo attraverso un contratto di affitto, ai sensi della legge 203/1982, anche per evitare problemi di usucapione e ai fini della corretta imputazione dei redditi agrari, ai sensi dell'art. 33 del Tuir, a mente del quale il reddito agrario è imputato all'«affittuario» produttore agricolo e il reddito dominicale è imputato al proprietario del terreno. Inoltre, l'affittuario coltivatore diretto (o Iap) beneficia dell'agevolazione sul reddito agrario alla stessa stregua dei soci con la medesima qualifica, con esclusione di quelli delle società personali diverse dalla società semplice (società in nome collettivo e in accomandita semplice), come precisato recentemente dall'Agenzia delle entrate (circolare 8/E/2017, risposta 9), stante la qualificazione di «impresa» del reddito prodotto. In effetti, nella pratica, il caso della conduzione dei terreni agricoli nella veste di coadiuvante e/o di socio è ricorrente e fa riferimento a quei soggetti che, magari per raggiunti limiti di età, percependo anche la pensione, hanno trasferito l'azienda agricola a parenti (generalmente figli e/o coniugi), ma continuano a esercitare a pieno titolo l'attività agricola in qualità di coadiuvante sia dell'imprenditore individuale sia del socio della società agricola. In tal caso, a parere di chi scrive e seguendo l'indirizzo ministeriale richiamato per la corretta applicazione dei tributi locali (Imu), il coadiuvante, pur non avendo la titolarità dell'impresa agricola esercita, peraltro sui propri terreni affittati o concessi in comodato, al figlio, al coniuge o alla società costituita dai medesimi parenti, le attività agricole, di cui all'art. 2135 cc (principali e connesse), peraltro con un minimo di giornate lavorative, per le quali il titolare e/o socio dell'impresa continua a versare i contributi previdenziali. Quindi, si ritiene che restano, senza dubbio, escluse dall'esenzione in commento le società di capitali e le cooperative che sono tenute a pagare l'Ires e le società personali diverse dalla società semplice, sebbene abbiano esercitato l'opzione per la tassazione fondiaria, in luogo di quella ordinaria (reddito d'impresa), come chiarito dalle Entrate nel documento di prassi indicato. I soci, pertanto, imputeranno nella propria dichiarazione i redditi dei terreni (quadro «RH» della dichiarazione REDDITI) e, se in possesso delle qualifiche professionali indicate, escluderanno gli stessi dal reddito complessivo imponibile, alla stessa stregua dei coadiuvanti dell'imprenditore individuale e/o del socio, mentre i soci delle società prive delle citate qualificazioni continueranno a tassare i redditi fondiari.

I coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola non devono presentare ai Comuni la dichiarazione Imu in relazione alla esenzione totale dal tributo comunale di cui usufruiscono dal 2016. Lo precisa il ministero dell'Economia e Finanze con la risoluzione n. 3/D del 16 giugno 2017. La precisazione era necessaria in quanto coinvolge centinaia di migliaia di contribuenti che con decorrenza dallo scorso anno non devono assolvere l'Imu sui terreni agricoli posseduti e coltivati direttamente (articolo 1, comma 3, legge 208/2015). Infatti, la dichiarazione ai fini dell'imposta municipale deve essere presentata solo nei casi in cui siano intervenute variazioni rispetto a quanto risulta dalle dichiarazioni Ici già presentate (o successive dichiarazioni Imu), ovvero nei casi in cui si siano verificate variazioni che non sono comunque conoscibili dal comune. Ad esempio se una persona fisica o una società agricola ha acquisito la qualifica di coltivatore diretto o imprenditore agricolo professionale nel 2016, la dichiarazione va presentata segnalando la variazione nella casella 4 del modello Imu. La risoluzione ricorda che la stessa situazione si è verificata al momento dell'introduzione dell'Imu nel 2012: anche in quella occasione il Dipartimento delle Finanze con risoluzione n. 2/DF/2013 confermò l'inutilità della dichiarazione Imu per i coltivatori diretti e Iap che avevano già dichiarato la loro condizione soggettiva ai fini Ici.  Infatti sin dall'introduzione dell'Ici, che successivamente con l'Imu e, infine, con le importanti modifiche introdotte dal 2016, le agevolazioni per i terreni agricoli ancorché diverse tra loro, fmo all'attuale esclusione dall'imposta, hanno un comune denominatore che è la qualifica di coltivatore diretto e Iap con l'iscrizione nella previdenza agricola del contribuente. Una sola è la differenza sostanziale: ai fini Ici i beneficiari erano solo le persone fisiche, come precisato dalla norma interpretativa (articolo 58, decreto legislativo 446/1997); invece ai fini  Imu l'esonero dall'imposta riguarda i terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali (Iap) di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 99/2004, iscritti nella previdenza agricola; questa disposizione annovera anche le società che hanno per oggetto esclusivo l'esercizio dell'attività agricola delle quali un socio oppure un amministratore per le società di capitali, sia in possesso della medesima qualifica e iscrizione lnps.

Nasce la prima Organizzazione interprofessionale della carne bovina italiana. Nasce per restituire valore alla filiera e reddito ai produttori, per svolgere azioni per la trasparenza del mercato e promuoverne un consumo sano e consapevole della carne. Due i livelli in cui si articolerà la Oi: - le organizzazioni di rappresentanza della produzione, della trasformazione e della distribuzione, e due associazioni di produttori (Aop) riconosciute, rappresentative, a carattere nazionale o interregionale formeranno il consiglio direttivo d'indirizzo; - le imprese dei vari settori formeranno i comitati di prodotto, che saranno chiamati all'elaborazione di progetti e azioni specifiche. La nuova Oi sarà presentata oggi, nella sede della Cia, a Roma, e metterà insieme Cia Agricoltori italiani, Confagricoltura, Uniceb e Assocarni rappresentando così oltre il 50% della produzione e più del 75% della macellazione. La struttura e le linee programmatiche saranno presentate dai presidenti Cia e Uniceb, Dino Scanavino e Carlo Siciliani, e da Elide Stancari, presidente FNP allevamenti bovini di Confagricoltura. Rompendo col passato e prendendo esempio da realtà simili già presenti in Europa, produzione, trasformazione e industria vogliono dare vita a una struttura snella in grado, tra gli altri compiti, di programmare una strategia precisa condivisa a livello nazionale. Motivo per cui il nuovo soggetto nasce senza chiusure preconcette ma, al contrario, con l'obiettivo dichiarato di essere aperta alla partecipazione di tutte le altre organizzazioni di rappresentanza della filiera. Anche per raggiungere una rappresentatività sempre più ampia, e comunque maggiore del 66%, per poter, secondo quanto previsto dalla normativa, dettare regole valide per tutti nonché accedere ai contributi obbligatori per svolgere efficacemente il proprio programma. Tra gli obiettivi che persegue la nuova Oi c'è anche la regolazione delle relazioni contrattuali di filiera e la promozione di strategie di qualità relative sia al benessere degli animali sia alla sostenibilità dei processi produttivi, senza dimenticare la regolazione del mercato. Con oltre 10 miliardi complessivi di fatturato e 80 mila addetti, infatti, quello della carne bovina è ancora un comparto strategico a livello nazionale. Tuttavia, complici campagne mediatiche spesso condotte in modo non scientifico e l'affermarsi di modelli alimentari alternativi, il settore è provato da un forte calo dei consumi che fa dell'Italia uno dei paesi europei con il consumo pro-capite più basso: nel decennio 2005-2015 sono scesi del 30,4% (passando da 25 a 17,4 chili) e, secondo le stime, scenderanno di un altro 5% nel 2016. Crollati anche i numeri dei capi bovini e le macellazioni passate dal 2005 al 2015 da 1,1 milioni di tonnellate (peso morto) a 772 mila tonnellate (-30%).