Sono oltre 2.000 nel nostro paese le varietà e razze animali e vegetali a rischio estinzione, e negli ultimi cinquant’anni sono sparite almeno ottanta razze tra bovini, caprini, ovini, suini ed equini. Frequentemente razze anche molto antiche e varietà locali spariscono perchè soppiantate da varietà più produttive e adatte all’allevamento o alla coltivazione intensiva, ma la perdita di questo patrimonio significa non solo la perdita di quella specifica razza o varietà, ma la scomparsa di tutto quel bagaglio di storia, cultura, memoria che si portava dietro e che la legava indissolubilmente al territorio d’origine. Ecco perchè, come recita una nota della Cia, “custodire e portare a produzione una pianta ‘rara’ , così come tornare ad allevare un animale in via d’estinzione, vuol dire quindi salvare un patrimonio economico (miliardi di euro) sociale e culturale straordinario, fatto di eredità contadine e artigiane non scritte, ma ricche e complesse “Proprio sul tema della salvaguardia della biodiversità zootecnica la CIA ha organizzato un convegno tenutosi a Urbino, incontro che si inserisce nel più ampio progetto nazionale “Verso il territorio come destino”.Si tratta di una serie di incontri pubblici, i cui contenuti alimenteranno il documento che l ‘organizzazione agricola consegnerà a Expo 2015 come contributo per la stesura della “Carta di Milano”.Durante i lavori di Urbino, moderati dal noto scrittore Paolo Rumiz, si è posta particolare enfasi sull’importanza della “tutela e valorizzazione della biodiversità”, vero e proprio “passaggio chiave nelle scelte che vuole darsi l agricoltura e l’agroalimentare italiano per vincere le sfide future”. Oltre alle Dop e Igp, dove comunque l ‘ Italia detiene il primato con 268 certificazioni iscritte nel registro UE per un fatturato che supera i 13 miliardi al consumo, il nostro paese vanta anche ben 4.813 prodotti tradizionali che rappresentano la storia e la spina dorsale dell’agroalimentare italiano. Insieme raccontano quel patrimonio di biodiversità, fatto di sapori e tradizioni unici custoditi tra le pieghe del paesaggio rurale, che rende il “Made in Italy” così ricercato sui mercati stranieri, ma anche così necessario per la ripresa dell’economia interna”.Ed è proprio in ragione di questi dati, e dell’importanza culturale e storica del nostro patrimonio agricolo e zootecnico, che è fondamentale investire e sostenere le produzioni di qualità tipiche e locali, pena la perdita delle basi stesse su cui l’Italia ha costruito il proprio primato europeo. Tra i dati interessanti emersi durante l’incontro, la considerazione che ben l’85% del fatturato totale di Dop e Igp è legato solamente a 12 denominazioni (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Mozzarella di Bufala Campana, Prosciutto di Parma, Prosciutto San Daniele, Bresaola della Valtellina, mortadella di Bologna, Gorgonzola, Pecorino Romano, aceto balsamico di Modena, mela dell’Alto Adige e mela della Val di Non). E’ evidente che molto si può ancora fare per spingere e sostenere le tante certificazioni meno note, a patto però che vengano rafforzate le politiche di promozione a livello nazionale ed internazionale, favorendo i consorzi e aggregando le filiere. Ancora più complesso il caso dei 5.000 prodotti tradizionali: addirittura il 25%, 1 su 4 è in via di estinzione, visto che attualmente è portato avanti da poche o pochissime aziende agricole: un tesoro di sapori spesso completamente trascurati dalla GDO ma che potrebbero racchiudere la chiave di un nuovo rilancio dell’agroalimentare nostrano. Si stima che, se valorizzate e riadattate a nuovi modelli di business (dalla vendita diretta alla creazione dei cosiddetti sistemi alimentari locali) queste produzioni potrebbero valere 11 miliardi di euro l ‘ anno con l ‘indotto, più del doppio del giro d’affari del turismo enogastronomico italiano (5 miliardi).Proprio a proposito di questo punto così importante e delicato, è intervenuto il presidente CIA Scanavino: “dobbiamo cogliere l’occasione di una mutata sensibilità per realizzare queste nuove forme di organizzazione sul territorio, come i consorzi e le reti d’impresa che incentivino e valorizzino le nostre produzioni di qualità”. (…) “I prodotti tipici e tradizionali non solo rafforzano il ‘valore relazionale’ del cibo tra produttori e consumatori e garantiscono la sostenibilità, mostrando la capacità di evolversi nel rispetto dei cicli naturali e riproducendo i fattori della fertilità , ma, soprattutto, favoriscono lo sviluppo territoriale, l’indotto, l’occupazione e il turismo locale, diventando un vero e proprio fattore di marketing del territorio”.